25 aprile 2026: Una mattina, mi son svegliato

Proprio ieri, tra le poltrone del Senato a Palazzo Madama, sono risuonate le note di “Bella Ciao”. Di fronte a questo canto, che incarna la lotta contro l’occupazione nazifascista e la faticosa ricerca della libertà, un esponente di Fratelli d’Italia ha dichiarato di aver provato un “brivido”, etichettandolo come un inno “divisivo”.

Occorre ribadirlo, a beneficio di chi ne ignora la storia o finge deliberatamente di farlo: “Bella Ciao” non è il canto dei comunisti. È, fin dalle sue origini, il respiro corale di un popolo che ha scelto di resistere all’invasore. La libertà di cui godiamo oggi  (quella stessa libertà che permette a deputati e senatori di esprimersi in un Parlamento democratico) affonda le sue radici proprio nella dissoluzione della spietata dittatura nazifascista. Cantare “Bella Ciao” non significa alimentare divisioni, ma celebrare la democrazia, la pluralità e la Costituzione contro ogni forma di nera tirannia.

Stupisce, e preoccupa profondamente, che nelle aule istituzionali siedano persone che faticano a riconoscere quanto sia stata cruciale per l’Italia la liberazione dal regime. Quelle poltrone tanto belle  apparterrebbero  ai rappresentanti della Repubblica, non ai nostalgici del ventennio. Perché Bella Ciao dovrebbe essere un canto divisivo? È il canto simbolo della resistenza, alla resistenza facevano parte tutti: comunisti,

Socialisti, cattolici, anarchici, monarchici, la destra liberale, gli azionisti, democristiani… già, è la canzone di tutti tranne che dei fascisti. 

Dunque, affermare alla vigilia del 25 aprile tutto ciò  risuona  come l’ennesima, inequivocabile dimostrazione di quanto parte della nuova destra al governo fatichi a recidere i legami con un passato oscuro, mostrando una preoccupante distanza da quei valori intimamente antifascisti su cui si fonda il nostro patto sociale.

Eppure, la grandezza di “Bella Ciao” risiede proprio nella sua disarmante forza evocativa. Dietro a poche e semplici strofe, dietro a una melodia incalzante, si cela un monito universale alla liberazione e all’unità. È un inno alla fratellanza umana contro ogni nemico e ogni oppressore, adottato oggi in tutto il mondo: dalle donne iraniane che lottano per i propri diritti a chi resiste sotto i bombardamenti in Ucraina.

Ma la sua potenza non si esaurisce nei grandi teatri di guerra o sui libri di storia. “Bella Ciao” è una canzone profondamente umana, applicabile anche al nostro difficile quotidiano. Ci ricorda che l’oppressione può assumere innumerevoli forme: sociali, economiche, civili…e che la resistenza non è un atteggiamento scontato in un mondo di indifferenza, come ben diceva Antonio Gramsci, l’indifferenza è il peso morto della storia. Tutti quelli che ottantuno anni fa inneggiavano a canti “partigiani” non furono indifferenti, non furono né vigliacchi né passivi e contribuirono in gran modo alla liberazione del nostro paese. Furono loro a dimostrare un vero spirito patriottico, non quell’uomo che si affacciò  a Palazzo Venezia e dichiarò  guerra, abbandonando nel caos un paese completamente impreparato a fronteggiare un conflitto.